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La notizia delle raccomandazioni ai propri associati da parte della British medical association affinché non indossino la cravatta in quanto ricettacolo infinito di virus e batteri merita un ragionamento serio.
O meglio un’analisi attenta delle sue possibili ripercussioni sulla stessa prassi medica di tutti i giorni.
In fondo anche quella che oggi appare un’abitudine scontata, lavarsi sempre le mani prima di avere a che fare con un paziente, fino a poche decine d’anni fa non era rigorosamente contemplata tra le cose da fare per un buon medico.
Eppure, è bastato il lavaggio delle mani per far crollare infezioni e contagi in ambito sanitario. Ed è oramai dato di letteratura che il mancato o inappropriato lavaggio delle mani da parte dei sanitari sia ancora oggi una delle cause del perdurare delle infezioni ospedaliere.
Che fare allora? Se potenziale veicolo di virus e batteri di per sé, non è che sarà meglio abolirla tout court, questa cravatta? E non solo tra i medici?
Ma viene subito un dubbio. Come la cravatta anche altri capi d’abbigliamento potrebbero essere portatori ignari di contagi fastidiosi. Maglioni, pantaloni, soprabiti, sciarpe, cappelli e qualsiasi altro accessorio di vestiario non soggetto a lavaggi quotidiani.
Se così fosse (e lo è senza dubbio) il problema di garantire un abbigliamento asettico si farebbe complesso. Forse risolvibile in ambito strettamente medico (ipotizzando delle stanze di lavaggio disinfettante per il personale e conseguente abbigliamento asettico completo da indossare nudi) ma ben più complesso da attuare per la vita di tutti i giorni. E poi, ci chiediamo, quando questi sanitari super disinfettati entreranno comunque in contatto con il mondo esterno e i loro pazienti, non c’è comunque il rischio che i perfidi batteri gli si appicchino di nuovo addosso?
Non c’è che dire. Di questo passo la via all’igiene perfetta ci porterà a visite mediche blindate, attraverso vetri e oblò, senza contatto di alcun tipo. Poco umanizzante ma tanto tanto asettico!




