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Come scegliere l’antibiotico giusto in ogni specifica situazione? È la domanda a cui hanno tentato di dare risposta i massimi esperti italiani di malattie infettive riuniti a Roma per un Workshop interamente dedicato agli agenti antiinfettivi. E non si tratta di una questione di lana caprina per specialisti del settore, la situazione infatti comincia a farsi allarmante: le molecole attualmente disponibili si dimostrano sempre meno efficaci contro i microorganismi resistenti e non è prevista, in tempi brevi, l’immissione in commercio di alcun nuovo antibiotico. Non resta altro che tentare di arrivare a un utilizzo più razionale dei farmaci oggi disponibili.
È questo il presupposto da cui parte l’incontro romano organizzato da Bayer che, da grande azienda produttrice di antibiotici, ha tutto l’interesse per continuare a mantenere efficaci le sue molecole sul mercato. E la soluzione sta proprio nel titolo del Workshop: “Use the best first”, cioè utilizza per primo il farmaco migliore.
Tutto sta a capire cosa significhi “migliore”. Non necessariamente il migliore coincide con il più nuovo o il più costoso, sottolineano gli esperti: un caso per tutti, la più recente ampicillina non è affatto migliore della precedente penicillina G, ancora oggi raccomandata dalle linee guida per il trattamento di 12 diverse infezioni. E inoltre bisogna tenere conto di parametri quali la tollerabilità, le formulazioni in cui il farmaco è disponibile (intramuscolo od orale), la facilità di utilizzo e il gradimento dei pazienti.
La vera emergenza è rappresentata dall’aumento costante delle resistenze: negli Usa la resistenza di S. Pneumoniae alla penicillina sfiorava appena il 10% nel ’96 per raggiungere quota 51,5% solo 5 anni dopo, mentre nel Sud-est asiatico raggiunge già l’80%. Tra le cause dell’aumentata resistenza c’è spesso un’impropria gestione della terapia antibiotica, sia per inadeguata scelta della molecola da usare nella specifica infezione sia per tempi e dosaggi inadatti, per esempio privilegiando l’uso a basse dosi per tempi prolungati. In altri casi è la corsa al risparmio che ha creato i danni più gravi: in alcuni noti ospedali statunitensi l’uso estensivo di antibiotici meno costosi, ma anche meno efficaci, ha prodotto in pochi anni un aumento significativo dei batteri resistenti, con alte percentuali di fallimento della terapia e il conseguente aumento dei costi per una nuova terapia o per i prolungati tempi di ricovero, senza parlare del rischio per il paziente di ricaduta della malattia e addirittura di morte nei casi più gravi.
Si entra così nel’intricato mondo della farmacoeconomia che rende ancora più complessa la valutazione perché clinici e amministratori devono scontrarsi con i budget limitati messi a loro disposizione. E così il farmaco migliore diventa quello che, a parità di spesa, riesce a curare più pazienti, anche se con una disponibilità economica illimitata la scelta cadrebbe su un altro agente. Ma ancora una volta il problema è decidere quali costi far rientrare in queste valutazioni, perché se poi la gestione successiva del paziente che ha fallito il trattamento con il farmaco più economico fa moltiplicare i costi per il sistema sanitario, allora siamo da capo…




